In questo ultimo anno la Pandemia ha inciso profondamente sull’economia mondiale e ha comportato in molti settori produttivi uno stravolgimento delle condizioni lavorative.

Chi è alla ricerca del lavoro ha sperimentato i primi cambiamenti già nelle fasi di incontro con le aziende: le classiche interviste con i potenziali datori di lavori si sono trasformate in video colloqui in diretta o in video colloqui in differita come quelli proposti da CVing, promotrice delle Digital Talent Week, le Fiere digitali del lavoro dove aziende e talenti possono entrare in contatto con modalità innovative.

Il Covid ha avuto conseguenze pesanti sul mercato del lavoro, alcune di queste di una gravità senza precedenti, ma al contempo ha aperto le porte ad un cambiamento negli stili di vita dei lavoratori e nell’organizzazione delle aziende che sembra destinato ad entrare nella new normality.

Quali sono state le 6  ripercussioni più forti della Pandemia sul mercato del lavoro?

Il Covid ha accentuato le difficoltà preesistenti nel tessuto produttivo, ma ha anche accelerato un processo di cambiamento agli albori prima del suo avvento. Tra le conseguenze positive e negative della Pandemia troviamo:

1) La sospensione delle attività e la riduzione del fatturato

Il Fondo Monetario Internazionale rileva che nella prima fase la Pandemia ha comportato la sospensione del 45% delle attività coinvolgendo il 70% delle imprese, che hanno registrato una riduzione significativa del proprio fatturato rispetto all’anno precedente.
Le realtà più colpite sono le piccole e medie imprese, da sempre linfa vitale del tessuto economico italiano.

2) Il calo degli occupati 

Il recente Rapporto annuale Istat ha evidenziato un calo del tasso di occupazione: se nel mese di marzo la diminuzione degli occupati ha riguardato soprattutto i dipendenti a termine ed in parte gli autonomi, nei mesi successivi ha coinvolto tutte le categorie di lavoratori.
I disoccupati complessivi sono 2.257.000 con un aumento di 34.000 unità su novembre 2020 ed un calo di 222.000 su dicembre 2019.

3) L’introduzione dello smart working

Durante il lockdown i lavoratori italiani da remoto sono passati da circa mezzo milione a oltre 7 milioni, pari al 34% degli occupati.
Oggi il lavoro agile coinvolge il 24% dei lavoratori, circa 1 su 4. 
La proiezione di Nomisma per il prossimo anno porta la quota al 16%, circa 1 lavoratore su 6

4) L’aumento del divario di genere

Nel 2020 ben 7 posti di lavoro persi su 10 erano occupati da donne.
La recessione conosciuta oggi come “She-cession” colpisce le lavoratrici allontanandole dall’obiettivo della parità di genere: nel 2020 è diminuito il numero delle disoccupate, sintomo di un persistente sbilanciamento nella suddivisione del lavoro domestico e di cura dei figli che costringe le donne a interrompere la ricerca attiva di un’occupazione.

5) La corsa alla digitalizzazione

La Pandemia di Covid-19 ha accelerato gli investimenti dedicati alla digital transformation. La spesa delle imprese per iniziare o proseguire il cammino verso la digitalizzazione secondo le stime dello studio “Idc FutureScape: Worldwide digital transformation 2021 predictions” crescerà a un tasso annuale composito (Cagr) del 15,5% dal 2020 al 2023 arrivando a un valore di circa 6,8 trilioni di dollari.

6) La crescita esponenziale di alcuni settori produttivi con l’aumento dell’offerta di lavoro

Comunicazione digitale e Tecnologie dell’informazione, Scienza e innovazione, Assistenza sanitaria, sono i quattro settori in crescita  individuati da Eures nei quali si registra il maggiore incremento di assunzioni dall’arrivo della pandemia. 
Largo quindi a medici, farmacisti, infermieri, programmatori, analisti di dati, pianificari di media, consulenti in sicurezza informatica e non solo!

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